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A metà degli anni ’80 Nunzia e Sergio sono una giovane coppia che lavora presso una pasticceria del centro. Coccolano l’idea di aprire, un giorno, un’attività in proprio – talvolta quando fanno i conti quell’idea sembra destinata a rimanere un sogno. Girano per la città alla ricerca del locale giusto, si fermano in via Asinari di Bernezzo 48 dove il signor Egidio Capello sta vivendo l’angosciante esperienza della malattia della moglie, e vuole vendere. Di tutte le offerte, quella di Nunzia e Sergio non è la più vantaggiosa, eppure il signor Capello sceglie loro, probabilmente rivendendosi. Il signor Capello accompagnerà i giovani per qualche tempo, continuerà a passare in negozio e incoraggiare. A Pasqua contava le uova, sembravano innumerevoli, poi diceva: «Vedrai, le venderete tutte!». Quando, molti anni dopo, ormai vecchio, morì, la sera prima li mandò a chiamare. «Volle salutarci», ancora si commuove Nunzia.
Al tempo in cui il sogno divenne realtà, Francesco e Giancarlo erano bimbi. Francesco è psicologo, dopo la laurea si è dato alla fotografia, ha vissuto in Olanda e da qualche anno è tornato. Della pasticceria gestisce – va da sé – l’immagine. Giancarlo ha studiato cucina, anch’egli ha viaggiato, poi si è dato all’arte bianca, giacché ha scoperto, dice, che i pasticcieri sono «più esauriti degli chef». Molti clienti li ricordano quand’erano piccini, la signora Nicoletta – ad esempio – quando fa la zuppa di fagioli ne lascia qualche porzione al bar, per affetto e perché qui, è vero, vengono da tutta la città, eppure sembra di stare al paese. C’è la signorina Lironi, un’ex professoressa del Cavour, che un giorno specificò che lei era «signorina», siccome non è mai stata sposata, e non signora, come era scappato di bocca a qualcuno. Una donna elegante, capace di scrivere con l’antica calligrafia degli amanuensi, che inventò un sistema geniale per insegnare, una specie di “memory” con le parole latine.
Chiedo a Sergio, il padre, quale sia la più grande soddisfazione professionale; risponde: «Che i figli continuino l’attività». «La tua», ride Giancarlo, «che sei un pasticciere al tramonto». Racconta invece la propria: gli capita d’essere fermato e di ricevere i complimenti per un dolce di sua invenzione. Ne fa spesso, di queste creazioni, cui dà nomi evocativi: uno è “Otto”, un altro è “Giulia”. Su ciò che evocano, Giancarlo mantiene il mistero. “Afrodite”, ad esempio, che cos’è? «Un semifreddo ai tre cioccolati, un dolce ispirato da una persona elegante, che spero entrerà a far parte della mia vita più di quanto già non faccia».

Bar Pasticceria Capello – via Asinari di Bernezzo 48, Torino.
Articolo pubblicato sulla Stampa di domenica 4 febbraio 2018, cronaca To. Nella fotografia, da sinistra il signor Sergio, Giancarlo, Francesco e la signora Nunzia.