Facebook nel 2008

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Mi sono iscritto a Facebook nell’estate del 2008. A novembre feci un esperimento, inventai un profilo e chiesi amicizie a caso. Ne uscì un lungo reportage, non pubblicato da nessuna parte, soltanto sul mio blog: rileggerlo adesso sembra un po’ una passeggiata tra i muri di una casa in costruzione, dopo averla abitata – finita e vissuta – per 10 anni. —

Sono un fan di Roberto Giglio, parteciperò al Capodanno celtico e come seduttore sono “medioman”, ovvero “[…] la classica persona media […] Ogni tanto rimorchi, ogni tanto vai in bianco […] Segui il tuo istinto e vivi la situazione come merita di essere vissuta […] Le tue armi? Non ne hai. Sei te stesso. E ti sembra poco?”.

Benvenuti su Facebook, l’irraggiungibile vetta del cazzeggio contemporaneo. Mesi fa i giornali annunciarono che Walter Veltroni aveva pubblicato un comunicato, quel giorno, soltanto su Facebook. Mi iscrissi alla scoperta dell’ultima frontiera delle possibilità comunicative, tempo di leggere il verbo democratico e mi scoprii ‘taggato’ in tre foto. E che, volente o nolente, ero entrato in una città nuova in cui i vicini, spesso, bussano alla porta.
Passata qualche settimana mi ritrovavo 35 amici e mi ritenevo fortunato, facevo loro gli auguri per il compleanno e ricevevo comunicazioni di servizio quali “Alessandro è in cantina” o “Enrica esce dall’ufficio”. Ero onorato dell’amicizia che lo scrittore più amato mi aveva concesso e gongolavo all’idea che potesse leggere quando “Marco sfumazza l’ultima e va a dormire”. Poi mi accorsi che alcuni amici diventavano amici di tante, troppe persone, pure di Manuela Arcuri, Bruno Vespa e della trota Renzo Bossi, ed ebbi conferma che il valore attribuito all’amicizia, va da sé, è relativo. Perché accogliere, o cercare, l’amicizia di qualcuno che non si conosce?

Per capire ho deciso di rinascere. Sono andato su google, ho digitato la parola uomo e la prima immagine è diventata il mio corpo. Dovevo scegliere la mia nuova identità e Matteo Giannotto mi è parso il giusto tributo a un amico del servizio militare a cui avevo alterato parzialmente le generalità. Prova, conferma: Matteo Giannotto, per i motori di ricerca, è un (poco) illustre signor nessuno.

Mi presento alla collettività di Facebook e inizio a vivere la mia nuova città. Sono Matteo Giannotto e non conosco nessuno: siccome da qualche parte occorre pure insidiarsi, inizio dal blogger per eccellenza, Mario Adinolfi, che di amici ne ha più di 1.700 e in Italia è un medio conosciuto. Guardo i suoi vicini e busso alla porta di Vittoriana Abate, Luca Barbareschi, Daniele Capezzone, Claudio Sabelli Fioretti, Diego Landi, Angelo Mellone. Ruotano tutti attorno ai pianeti giornalismo e politica, chiedo loro l’amicizia e aspetto. A 25 minuti dalla mia iscrizione (“Saluto il mondo”, il mio messaggio in bacheca), Roberto Arditti accetta la mia richiesta. Scavo il suo profilo e scopro che attualmente è direttore editoriale a Il Tempo. Prendo atto della sua laurea alla Bocconi e del suo amore per il libro “Gli spiriti non dimenticano”, mentre leggo mi arriva una comunicazione: Mario Adinolfi e Matteo Giannotto hanno stretto amicizia. Sono passati 31 minuti dal mio ingresso in città e conto due amici, con cui scambierò quattro chiacchiere in chat, di cui vedrò le foto, cui comunicherò i miei stati d’animo e da cui riceverò gli auguri il giorno del mio compleanno. Proseguo le conoscenze, pesco amici dalle liste degli amici, mi presento con il corpo statuario e il nome da seduttore medio. Andrea Scanzi, Mario Masi e Luca De Biase entrano a far parte della mia compagnia: il primo scrive su La Stampa e pubblica con Mondadori, il secondo è un giornalista (“datore di lavoro: periodici”) e il terzo un guru della rete, autore di parecchi libri (l’ultimo: “Economia della felicità”, Feltrinelli). Hanno, in media, 400 amici a testa. Vivendo otto vite non si raggiunge quella cifra. Sto scegliendo i middle famous, chiedo e ottengo: troppo facile.

Abbandono il quartiere bene della città e mi sposto in periferia. Invento, abbino, associo nomi a cognomi che dovrebbero appartenere alla gggente comune di funariana memoria e li inserisco nella ricerca. Appaiono Flavia Piccinni, Antonio Maria Ricci, Federica Lalli, Stefania Lucci, Elisa Anni. Clicco e chiedo loro l’amicizia, clicco chiedo e aspetto. Punto tutto sulle invenzioni dei genitori: di Laura Lauri ne esistono 17, io odio le discriminazioni e ci provo con tutte (quattro di loro accettano).

Intanto affluiscono risposte. Matteo Giannotto accumula una trentina di amici, uomini e donne che hanno accettato l’amicizia di una persona che non conoscono: di fatto, un ossimoro. Spuntano gli interrogativi: alcuni contattati manifestano il loro scetticismo via posta. Simona Esposito ha dubbi delicati (“Mmm…ci conosciamo?”), Federica Catti non è convinta (“Scusa, ma ci conosciamo?”), Monica Stocchero è perentoria: “Chi sei?”. Ai complessivi dodici messaggi decido di non rispondere: dei mittenti, alcuni non accettano l’amicizia, altri, nonostante il mio silenzio, si.

Proseguo. Ricevo i primi inviti a gruppi e le prime applicazioni, che accetto – anche qui – indiscriminatamente. Alle 13.33 Facebook registra la mia partecipazione all’evento “Roberto Giglio ospite di Area Protetta, su LifeGate”, alle 13.44 divento fan dell’atleta Flavio Amado, alle 14.10 accolgo l’invito a iscrivermi al “Partito Democratico – Pavia”. Alle 15.06 divento amico dell’ignaro vicedirettore di GQ, Piero Negri Scaglione (“Dire di no è un po’ come tirarsela troppo e ho accettato”, mi dirà poi). Una ripassata all’inglese (De Marchi Dario sulla mia bacheca: “Welcome on board!!!!”, punti esclamativi suoi), all’arte (partecipazione all’evento “Apologia di una forma, Milano”) e alle scienze (ingresso nel gruppo “ALI – dalle origini al cosmo, dalle origini all’abisso”) e inizio il conto alla rovescia che mi separa da quota cento.

Arriva alle 15.56, si chiama Debora Brenna ed è la mia centesima amica nella nuova città. 0-100 in meno di sette ore. E’ di Treviglio, è nata nel 1989, si dichiara apolitica, studia all’Università di Milano e risulta iscritta, tra gli altri, al gruppo “Doniamo un neurone a Flavia Vento”: il suo profilo è moderatamente dettagliato.

Ora, é sufficiente sbirciare tra le informazioni fornite dal centinaio di membri della mia nuova comunità per comprendere come Facebook sia abitato sostanzialmente da kamikaze della privacy. C’è una legge (e successive modifiche e integrazioni, soprattutto), c’è un garante, ci sono controlli affinché i dati sensibili dei cittadini non finiscano nelle mani di aziende o enti senza il consenso degli interessati, ci sono trasmissioni televisive, invocazioni giudiziarie, controlli sull’invadenza delle proposte commerciali e l’inesistente Matteo ottiene, sul centinaio, almeno una ventina di numeri di telefono cellulare, una decina di indirizzi di casa, fotografie, video girati in vacanza, e una serie di personali informazioni su orientamento politico (e religioso) e soprattutto un appetibile elenco di gusti e preferenze. Qualcuno è certo che un software non saprebbe compiere analiticamente ciò che Giannotto ha svolto artigianalmente?

Intanto mi iscrivo al gruppo Giurisprudenza, divento fan della Juventus e di Olivia Ruiz e poco alla volta accresco il numero di informazioni che a mia volta porgo alla comunità. Aggiorno il mio stato (“Ho caldo” e poi, a cena: “Mangio una frittata di piselli”, senza commenti) e Facebook inizia a minacciarmi, esponendo il seguente concetto: sto di fatto spammando, devo fare attenzione perché il mio profilo potrà essere messo in stand-by, e, testuali parole, “fermati o andrai dritto contro un palo”. Non mi fermo, e sfido il rischio.

A sera gli amici sono 177. E’ la volta delle chat. Mi contatta la gggente comune. Donne, ma non solo (“[…] dalla foto sembrava che saremmo diventati subito amici, magari pure qualcosa di più, se avessi voluto (potuto?) pagare qualcosa…”, mi scrive – meno criptico di quanto sembri – un uomo). “Ciao, ma sei quello della foto?”. Si, sette anni fa, rispondo. “Ciao, cosa fai te nella vita?”, esordisce un’altra. Nella società dell’estetica, un corpo statuario ritratto in posizione plastica aiuta. “Da che galassia provieni?”, mi chiede Annalisa Taschi, che ha “appena cucinato un branzino”, come da stato contemporaneamente aggiornato. Ma io ho ricevuto l’applicazione Che tipo di seduttore sei?, ho avuto la mia risposta e nonostante sia stato baciato dal dio della bellezza perdo tutto scrivendo: “Te lo sei scofanato ‘sto branzino?” a colei che attendeva la mia discesa dal pianeta Marte. Ovviamente tace, così mi rivolgo altrove. Guadagno punti sostendendo di essere uno scrittore. “E che cosa scrivi?”, mi chiede una ragazza. Romanzi esistenziali, rispondo. “Quando pubblichi, poi, scrivilo qui, eh?, che tanto ormai siamo amici e io lo leggo”.

Certamente. Ma quando e dove pubblico? Potrei chiedere a Alberto Castelvecchi (classe ’62, uomo, fidanzato), quello della casa editrice. E’ un mio amico, amico di Matteo Giannotto, e alle 7.23 (si, del mattino) pubblica il seguente annuncio: “Alberto cerca autori con nuove proposte editoriali. Astenersi perditempo”. Dopo due minuti Paolo Andreozzi risponde e gli consiglia di fare un giro sul suo – testuale – blogghetto. (E alle 20.31 della sera successiva ricorderà l’indirizzo del blogghetto, avendolo in prima battuta omesso). L’Italia dei 40milioni di romanzi nel cassetto è perplessa: i commenti all’annuncio-shock (le case editrici pregano gli aspiranti scrittori di non mandare manoscritti***) sono soltanto dodici. Possibile? Anche i sogni sono in recessione, penso, oppure è probabile che chi è amico di Alberto già pubblichi o abbia accesso diretto alla possibilità di farlo, d’altronde tutti frequentiamo colleghi. Ma allora, a chi è realmente rivolto l’annuncio di Castelvecchi? A chiunque legga, giacché è chiaro a questo punto che i suoi 1.770 amici provengono da tutti i quartieri della città e sono di tutte le estrazioni sociali e coprono nel complesso tutti i gusti politici o religiosi, di fatto campione rappresentativo dell’umanità che ha accesso a un pc.

Il giorno successivo all’ingresso nella metropoli Facebook, all’incirca al centonovantesimo amico incamerato, ho la prova che, almeno qui, la giustizia funziona. Il sindaco tiene fede al warning di cui prima e vengo arrestato. “Per il momento l’azione adding friends per te è bloccata”, è il messaggio che mi arriva quando chiedo l’ennesima amicizia. Sono più che altro agli arresti domiciliari: posso accettare amici, non posso chiederne nuovi, in attesa di qualcosa che ignoro. “I tempo del blocco possono variare a seconda della funzione e della gravità dell’abuso”.

Non mi resta che aspettare, continuando a dire la mia (“Scrivo e spero nella Juventus”, in bacheca la domenica pomeriggio) e a leggere quella altrui (“Lara Codeghini è ora single”), osservando le vite degli altri e soprattutto mettendo in discussione la mia. Ho costruito una second life che, a differenza di quella pubblicizzata qualche tempo fa e poi miseramente fallita, funziona. Le comunità si allargano sfidando gli ossimori, a conferma che davvero l’uomo è un animale sociale. Facebook continua a crescere, a dimostrazione che la comunicazione non è più un mezzo ma sta diventando un fine, trainata dall’aspetto ludico che cementifica questa che alla prova è una grande vetrina che consente a tutti di esibirsi.

Alla fine arriva Erika Savastani. Mi accorgo di non aver rimorchiato, sebbene rientrasse nelle mie possibilità. “Eri la migliore, nel film di Tinto Brass. Peccato tu abbia smesso. Comunque piacere, Matteo”. Chiudo il pc e confido nella foto. Uscendo dalla stanza passo davanti a uno specchio e sorrido.

*** nel testo del 2008, ma era una stronzata

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Dieci anni di storia raccontati in diretta da un grande giornalista che ha imparato – sulla propria pelle – come sia possibile vivere senza limitarsi a sopravvivere.

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[di Gabriele Romagnoli, pubblicato su GQ, ottobre 2009]

Esattamente dieci anni fa a San Antonio, Texas, comprai una maglietta con la scritta “Don’t look back”, non ti guardare indietro. Stampata su fondo nero c’era l’immagine del piccolo Anakin Skywalter, la cui ombra disegnava il profilo di Darth Fener. Per chi non conosca la saga di Guerre Stellari, il cavaliere jedi crescendo cede al lato oscuro e si trasforma nell’emblema del male.
Guardarsi indietro è sempre un rischio, anche quando il tempo è una convenzione cinematografica e scorre al contrario (dal sequel al prequel). Il rimpianto sta in agguato perfino in un futuro rovesciato: non c’è modo di voltarsi indietro e salvarsi. Per questo ho sempre cercato di seguire il consiglio della maglietta e non mi sono mai girato. Ora mi è stato chiesto di farlo, di riavvolgere il nastro per la durata della vita di questo giornale (1999-2009) e trovare cosa?
Mi limitassi ai fatti potrei ispirarmi al replicante di Blade Runner e dire: mi sono affacciato sul cratere di Ground Zero a sei giorni dall’attacco alle Torri Gemelle e a sei minuti dall’esplosione su quello dove hanno maciullato Hariri, aprendo un nuovo fronte in Medioriente. Ho visto una nazionale italiana fare a pezzi i propri limiti e alzare la Coppa del Mondo a Berlino e ho visto l’Italbasket salire sul podio un gradino più in su del Dream Team americano ad Atene 2004.

L’ho fatto perché il mondo era lì.

Ho camminato per i corridoi di una scuola dello Iowa con George W.Bush il giorno in cui annunciò la candidatura alla Casa Bianca e, non sapendo pregare, ho sperato invano che non diventasse presidente. Ho stretto la mano al Dalai Lama (e lui l’ha tenuta per cinque minuti buoni). Ho visto le torri di fango dello Yemen e quelle di cristallo di Shangai. Ho messo più di quaranta timbri sul passaporto e volato con più di quaranta compagnie aeree diverse. Ho perso i risparmi in Borsa e li ho riguadagnati nel mercato immobiliare. Ho cambiato undici case e quattro città (New York, Roma, Il Cairo, Beirut, di nuovo Roma). Ho comprato e abbandonato un numero di divani che non riesco più a calcolare. L’ho fatto per amore, l’ho fatto per lavoro, l’ho fatto perché non sapevo più cosa fare, perché il mondo era lì (come disse dell’Everest quello che voleva spiegare perché l’aveva scalato) e io pure.
Il punto è, cosa ho imparato da questo selvaggio andirivieni? Cosa posso rivelarvi perché questo articolo non sia una mera confidenza ma possa tornare, in qualche misterioso modo, utile a chi si appresta a vivere dieci anni da uomo presunto maturo, occidentale, irrequieto? Fondamentalmente due cose, mica di più.
La prima: mai fermarsi. Una sera del 2000 arrivai a Kigali, capitale del Ruanda, per intervistare un vescovo cattolico accusato di complicità nel genocidio. Era sabato, era già buio. Le strade erano polverose, le abitazioni per lo più baracche. Faceva un caldo asfissiante. Non c’era uno che stesse fermo. Camminavano tutti, più veloce che potevano. Andavano, andavano. Non c’era un locale in vista, non c’era il lungomare, non c’era un porto, non una plausibile destinazione, ma andavano. Dove?
Alla fine non ho resistito e ho domandato all’autista quale fosse la meta di tutta quella frenesia che, di meta, non sembrava averne. Lui sgranò gli occhi invasi dalla malaria e rispose: “Chief, i bersagli mobili sono più difficili da colpire”. Insieme a una frase che avevo ritagliato da una rivista inglese (“Non c’è bisogno che tu sappia da cosa stai scappando per diventare un fuggitivo”), dava una perfetta legittimazione del moto perpetuo.
Continua a spostarti e non ti impallineranno. Chi? L’età, il dolore, il conformismo, il compiacimento, la resa mascherata dall’autocompiacimento di essere arrivato. Dove?
Non si arriva mai. Specie se hai dentro la sindrome che ti spinge a buttarti dalla torre dopo averla scalata. Quando ho cominciato a scrivere sui giornali (un settimanale agricolo pubblicato a Bologna), il caporedattore specializzato in cereali mi chiese quale fosse il mio obiettivo. Mi scappò: “Vorrei fare il corrispondente dagli Stati Uniti per un quotidiano”. Era l’89. Nel ’97 avevo raggiunto il traguardo. Nel ’99 lo tagliavo. A pezzi. Me ne andavo dalla città che più ho amato, dal lavoro che avevo voluto, perché le cose che hai desiderato sono un motore, non sono una casa. Un motore, se non gira, s’imballa. Così devi trovare altri desideri, altre strade. Far tesoro di quello che incontri, aprirti la testa. Certo, la vita è Samarcanda, tu corri e lei ti aspetta alla fine di ogni tappa.

Un film che ho già visto.

Me ne sono andato nel ’99 dagli Stati Uniti, schifato dal circo montato sulla vita sessuale di Clinton (letteralmente: un affar suo) e mi ritrovo dieci anni dopo in un altro Paese – per giunta il mio – dove il mestiere di giornalista si confonde con quello di cameriera ai piani: ogni giorno ci si occupa di lenzuola. Del premier, e pazienza. Ma perfino degli altri giornalisti. E fai la figura del fesso se ripeschi un ricordo da un viaggio di qualche tempo fa e chiedi: “Ma intanto il Darfour?”.
Non fermarsi aiuta ad allontanarsi dai miasmi quando si alzano, ad aver probabilmente già visto il film e sapere come finisce, a mettere le cose in prospettiva. Nessun dio ti ascolta quando preghi che non tocchi a Bush, ma una mattina ti svegli in Louisiana et voilà: il nuovo presidente è un nero con qualche idea nella testa. Mio padre, che non si è mai mosso da Bologna, un giorno del 2003, in cui passai a trovarlo e gli annunciai che traslocavo dal Cairo a Beirut, mi chiese: “A cosa ti serve?”. A cambiare. “Non ti vai bene così?”. Quelli che “si vanno bene” così sono pericolosi, credo.
Non si cerca la pace muovendosi: certo, quella si trova dentro, facendo yoga all’alba a Wilderness, Sudafrica, come a Forlimpopoli. Si cercano le ragioni degli altri, il rumore del mondo, la seconda possibilità nascosta dal paravento del qui e ora. Poi certo, resta l’agguato della fine. Vivi prima che avvenga e non provare neppure a immaginare dove ti aspetta. Un giorno del 2005 ero in Sudafrica, in una di quelle riserve piene di animali. La guida ci mostrò dalla jeep il ghepardo acquattato dietro un cespuglio. Lo spazio era immenso e in tutto quello spazio la gazzella scelse proprio quel cespuglio per andare a brucare. Il ghepardo balzò e l’uccise. Perché mai la gazzella era andata proprio lì? La guida sentenziò: “Talvolta, la morte chiama”

I buoni consigli che non ho seguito.

La seconda cosa che ho imparato: nulla dura. Di solito le persone cambiano, si accorgono dell’altra faccia della realtà quando succede loro qualcosa di traumatico.
E’ un limite, ma è quasi inevitabile; solo l’esperienza insegna, a volte neppure quella. In dieci anni ho avuto gli alti e bassi delle montagne russe al Prater di Vienna. Da un anno all’altro il mio reddito si è ridotto a un quinto, è risalito, è ridisceso. Ho investito in titoli che sono diventati barzellette a Wall Street (la mia consulente finanziaria alla JPMorgan Chase è nel frattempo rimasta senza lavoro), ho comprato una casa che il costruttore non ha mai terminato perché è fallito al piano sotto a quello dove avrei dovuto stare io. Sono stato adulato dai critici. Sono stato ignorato dai critici. Ho scritto pagine in cui riportavo le ferite e altre di una leggerezza che mi pareva davvero insostenibile. Hanno fatto sempre colpo le seconde.
Passeggiando su una spiaggia di Zanzibar nel 2004, un amico americano mi regalò questa conclusione: “Generalmente il pubblico preferisce al sangue dell’autore la sua saliva. Non farti più del male”. E’ uno sei sensati consigli che ho ricevuto e che temo finirò per non seguire. Ho imparato a convivere con l’idea che ogni situazione si consolida quando sta per essere rovesciata, a non sentirmi mai certo di niente. Vale nei rapporti privati e nella vita pubblica. Le aule di tribunale per le separazioni, ho potuto appurare, sono affollate di coppie che si dividono a distanza sorprendentemente breve dal giorno del matrimonio.
Una mia cara amica annunciò che si prendeva un giorno di vacanza dal lavoro dicendo: “Domani voglio proprio riposare”. Lo fa da allora, un interruttore le ha spento la luce nel sonno. Nel corridoio dell’ospedale dove fu inutilmente ricoverata era appeso un poster con l’immagine di un tramonto e una citazione degli Atti degli Apostoli che non ho dimenticato (benché le mie frequentazioni con la religione siano nulle e non crescano con gli anni). Diceva: “Alla sera della vita ciò che conta è aver amato”. Penso di poter sottoscrivere, anche se ho combinato qualche pasticcio e non sono riuscito a dare un seguito in forma umana a nulla di quel che ho seminato.

Poi si torna dentro se stessi.

In parte abbiamo la vita che ci meritiamo, in parte quella che ci tocca. E di solito, come le case in affitto in una città straniera, la prima che scegliamo è sbagliata. Volete che salvi un momento di assoluta serenità in questi dieci anni? Giugno del 2008 a Maputo, Mozambico, nella casa delle madri incinte malate di Aids. Ho visto bambini nascere in quel posto con tanta semplicità e tranquillità come non credo sia possibile altrove. Il male sarebbe stato sconfitto, loto avrebbero vissuto senza problemi, le mamme sorridevano, non un neonato che piangesse. C’era un piccolo giardino che valeva Central Park, c’era l’immensità dell’Africa e del futuro, foss’anche un altro giorno ancora.
Poi si torna sempre dentro se stessi e si dimentica. Così eccomi qui, 49 anni nel 2009, con la sensazione che si ha davanti agli orologi o ai contachilometri quando azzerano. Ho sempre cambiato le carte alla vigilia del decennale, anche quando avrei potuto (forse dovuto) dire: “Servito”. Temo lo farò ancora. Ci saranno altre montagne russe, altri divani, altre luci senza un porto. Magari dietro qualche angolo è in attesa la fine. Ma come scrisse un poeta di cui ero amico dieci anni fa, poi ci siamo perduti: “Se nulla dura, nemmeno la fine allora”.

Capodanno

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Anni fa passai la mezzanotte da un kebabbaro al Valentino, brindando con un arrotolato e una birra, da solo. Girai un po’ per San Salvario e alle 01.09 scrissi che cosa vedevo e avevo visto.

Una vecchia aspetta il 42, accanto a lei un’auto è messa – male, irregolare – sulla pensilina, è una Fiat Punto grigia che un vecchio, ma vecchio, apre e guida giù dalla pensilina fino alla vicina pizzeria dove carica altri quattro vecchi e insieme fanno una doppia coppia di vecchi che se ne va dal cenone quando manca un’ora alla mezzanotte; gli spacciatori non stanno al solito angolo, ce n’è un gruppo poco più su; di signorine nemmeno una per almeno una decina di isolati eppure quello è il quartiere delle signorine; il porchettaro è chiuso, l’altro un chilometro più su aperto, il tipo è arabo e c’ha il kebab ma fa anche panini con la salsiccia, arrivano stanziali limitrofi africani spacciatori e parlano tra loro, Africa nera e Mediooriente in italiano incerto ma si capiscono comunque bene; ragazzi tamarri chiedono dov’è la discoteca La rotonda e un tizio che sta scartando un panino che l’arabo confeziona troppo stretto tra stagnola e tovagliolo dice: Lì – alzando appena il mento cioè sta pensando che cazzo chiedi, tuttavia indica con il mento: lì; dentro il bar a cento metri con la scritta aperto h24 c’è un gruppo di africani che gioca al calcio balilla e la tizia del bar è una donna vecchia che molti scambierebbero per prostituta che fuma una sigaretta sulla porta, scambierebbero molti per prostituta perché è una vecchia ma ha i capelli lunghi tinti biondi raccolti in una coda che le arriva a metà schiena e la cosa non si usa, perché è vecchia; un taxi gira l’angolo, dà la precedenza, non ha nessun cliente e il tassista sta fumando sul taxi e chissà quando mai gli capita più; un gruppo di fighetti con due fighette con l’abito da sera che si vede che è da sera perché la gonna è corta e le calze sono di colore marrone scuro si ferma vicino a un gruppo di tamarri adulti che hanno sistemato lungo un’aiuola alcune cariche esplosive che esploderanno di lì a qualche minuto, una delle ragazze anticipa il rumore e si mette preventivamente le mani attorno alle orecchie a conchiglia e arriccia la fronte, ma non succede niente; due cinesi passeggiano e la donna dice all’uomo: “Lì, dopo il Mauliziano”; un cameriere rientra nel bar in cui lavora dicendo ai colleghi e ai clienti “Che botta lì proprio dalla schiena”, e ride, sembra rida di qualcuno che si è fatto male ma l’effetto non è esattamente lo stesso delle comiche in televisione; dopo qualche minuto arriva l’ambulanza; da un palazzo qualcuno accende la miccia di cariche esplosive che danno solo lucore e non sonorità, e si sente un “eeeehhhhh” ripetuto più volte da più voci; tre uomini e due donne al tavolino di un bar non ascoltano il meno cinque meno quattro meno tre meno due meno uno buon anno che qualcuno da qualche piazza sta dicendo ripreso e trasmesso sul primo canale della Rai e continuano a parlare di quello di cui parlavano gli ultimi minuti dell’anno prima; alcuni altri tamarri giocano con cariche esplosive che fanno parecchio rumore e sembrano divertirsi; di signorine nemmeno una; un uomo vestito bene cammina e muove le dita sullo schermo dello smartphone; l’autista di un autobus finisce il turno e sta per depositarlo al deposito degli autobus ma a poche centinaia di metri l’autobus fa ciuffff e l’autista scende a controllare qualcosa e anche io che non ne capisco ritengo che quell’autobus abbia qualcosa, l’autista assume infatti i tratti somatici dell’incazzatura più profonda e pare pensare cristu-propi-a-sincuanta-metr-dal-deposit!; un’auto arriva veloce e rallenta perché chi guida non si è reso conto che l’auto davanti non sta procedendo alla velocità ritenuta e allora chi guida strombazza e il conducente dell’auto considerata lenta strombazza anche lui; qualcuno, da qualche parte, in questi momenti sta perdendo se va bene due dita a causa di cariche esplosive esplose in una maniera imprevista; i rumori derivanti dalle cariche esplosive si fanno meno frequenti, ridotti anche in volume, e in maniera inversamente proporzionale sale il numero di autoambulanze di cui si sente la sirena, in volume crescente.

[martedì 01/01/2013, 01.09]

Il barista che non ne vuole più sapere

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In metro, un ragazzo in età da liceo aveva un grosso succhiotto sul collo nudissimo, un succhiotto della forma delle piastrine dei Marines. L’ho guardato, ha piantato gli occhi nei miei, con un’espressione a metà tra “Hai visto che cosa mi fanno le donne?” e “Fatti i cazzi tuoi, minchione”. Non ha abbassato mai lo sguardo, invece ho distolto il mio perché intanto era salito un gruppo rumoroso di ragazzini, tutti maschi anch’essi in età da liceo, e siccome il vagone era affollato e loro erano nei pressi dell’uscita, giocavano a sbattersi fuori appena prima le porte si chiudessero. A ogni fermata così: in due o tre cercavano di spingere fuori uno, non ci riuscivano, era tutto un ridere e un “vaffanculo stronzo”, ma giocando, come i cagnolini che mordicchiano per finta.
Poi hanno smesso, io mi sono perso tra i pensieri, nemmeno mi ero accorto che il ragazzo con il succhiotto fosse sceso, non mi pareva di averlo visto passarmi davanti, eppure non c’era più

Qualche mattina fa, alle 7, sono entrato in un bar dove già ero stato, dall’atmosfera un po’ retrò, ancora dall’odor di fumo, con alcune donne agées che immaginavo far colazione dopo una nottata a lavorare al night, attrici senza contratto che si ritoccano il viso nell’illusione di una bellezza perpetua, operai dei cantieri, ragazze straniere dalle ossa grosse che puliscono le scale dei condomini, pensionati che hanno fatto i picchetti, un ex truffatore delle tre campanelle. Dietro al bancone c’era un vecchio con i baffi grigi, che parlava con un forte accento veneto, mi sono presentato e gli ho detto che avrei voluto raccontare il suo bar sul giornale.
Di solito le persone, fugata l’ombra del dubbio che il servizio sia a pagamento, sono molto felici. Invece quel vecchio mi ha detto no. No, no. Si è scusato, ma – ha detto – “Non ne voglio più sapere niente”. Ha detto che voleva vendere, forse aveva un acquirente, era stufo del bar, non voleva pubblicità. Aveva in schifo tutti i racconti dal bar, sebbene ci fossero – ammetteva – davvero un mucchio di storie da scrivere. Era arrabbiato di una rabbia dimessa, non aggressiva. Ce l’aveva con i politici, ma ne diceva aggettivi infantili («quello è un pagliaccio», «quello è un comico»), come se gli uscissero con un filo di voce appena prima di svenire. Non ha specificato i motivi della lamentela (di solito: tasse; diminuzione dei profitti; maleducazione delle persone, aggressività dei clienti), neppure mi è parso stanco della vita: soltanto del bar.
Mi ha offerto un cappuccino e un caffè, mi ha detto: «Sei forte te», un po’ come lo direbbe Celentano, senza essere Celentano, essendo un vecchietto minuto dall’accento veneto.
Gli ho lasciato il mio numero, qualora cambiasse idea.
Ma non chiamerà.

[Torino, 14 – 17 maggio 2018. La fotografia è stata però scattata a Roma, alla Stazione Termini, domenica 20 maggio 2018 alle ore 16.20]

Ansie, tic e dubbi. Dietro ogni cliente c’è un ipocondriaco

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C’è una sindrome, dice Roberta, che si chiama «ipocondria da bar», e funziona così: il cliente approccia da lontano un generico «Come va?», la barista risponde altrettanto generica «Abbastanza bene», e poi ribatte, per cuore e gentilezza: «E tu?». Questo è il fine ultimo del cliente, aver licenza di parlare perché qualcuno lo ha chiesto. E incomincia: Sai di quello lì? Veramente no. Eh, aveva un lieve prurito, tre settimane è morto. Sai di quello là? Veramente no. Eh, l’ho visto ieri, stava bene, stanotte è morto. Tutto così. La sera, a casa, Roberta avrà il prurito lieve e tutti i sintomi dell’infarto. C’è da dire che molti i problemi di salute li hanno perché a certe età arrivano: nei giardini qui davanti alcuni vecchietti suonano la chitarra e fanno musica per un attento, folto uditorio dai capelli bianchi che il mattino trovi a far la fila dal medico di base. «È un quartiere vecchio», dice Roberta. Dove tuttavia pochi intraprendono la vana rincorsa del tempo, preferendo invece usarlo per momenti di felicità neppure piccola. Come Paola, «la colonna portante del bar», come Laura, una signora rimasta vedova, convinta che avrebbe passato il resto della vita nel pensiero del marito, che invece ha trovato, inatteso, ben oltre i settant’anni, un nuovo amore che fa sentire i ghirigori nello stomaco e mancare il fiato. E i giovani? Ci sono: gli animatori dell’Agape, della vicina parrocchia di Sant’Ermenegildo. Roberta s’infiamma: «Loro occupano ogni domenica mattina il nostro piccolo bar con mille colori di vita, sono i ragazzi che ci rallegrano il lavoro, che mantengono viva la speranza di un mondo migliore».

Caffetteria I due bignè, corso Telesio 93 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 20 maggio 2018]

Se Darth Vader si affaccia al bancone del bar

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Nemmeno entrato del tutto, ricevo una domanda: «Lei è della Juve?». Sì, e l’uomo quasi s’accascia. Gli altri ridono. L’uomo si chiama Piero, fa il bancario, è ossessionato dai tifosi della Juve: teme di esserne circondato. Se ne va. Rimangono Nicola, il proprietario, al bar da 31 anni, e la nipote Francesca. Guardiamo in strada: passa un signore con un abbigliamento quasi casuale, sembra indossi le prime cose tastate nell’armadio al buio, al centro del torace s’evidenzia, nell’inconfondibilità delle strisce, la maglia della Juventus. «Il centro è pieno di pazzi», dice Nicola. La pazzia è egualitaria, non bada al censo. Si parla di tal Raimondo dai comportamenti atipici: non è raro vederlo alle 6 del mattino vestito da Darth Vader, talvolta con la divisa da Swat, talvolta da ufficiale SS. E poi, non pazzi ma almeno eccentrici, sono passati gli alpini nei loro raduni, i turisti per le Olimpiadi. A quei tempi di sovraffollamento si facevano le carovane per il bagno, veniva chiesto a voce alta chi avesse bisogno e si faceva la comitiva, perché raggiungerlo, nel cortile interno, per qualcuno può essere un enigma. Una volta un signore anziano prese l’uscita carraia su via Gramsci e vagò verso Porta Nuova, dentro si preoccuparono tutti e uscirono a cercarlo.
Nicola, qual è la cosa bella del bar? «Veder crescere le persone, sapere che hai fatto parte della loro storia. Ci fa capire che non abbiamo buttato via il nostro tempo». Invece ancora si commuove al pensiero del socio Valerio, mancato sei anni fa. «Eravamo come fratelli, se n’è andato in pochi mesi. Questo ha un po’ offuscato parecchi ricordi».

Bar Alexander, via Amendola 10 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 13 maggio 2018]

«Allora, il Salone?». Un reportage per frammenti.

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[«Allora, il Salone?». Ecco 20 cose di Salone, il reportage per frammenti, completo, dei miei 3 giorni al Lingotto]

1 – «C’è Scansi in sala gialla»
[Tra i corridoi]
(Nota: Andrea Scanzi)

2 – Nel 1996, quando internet lo guardavano in due, arrivai a casa con cinque borse piene di cataloghi di editori che non finivano mai sui giornali. Oggi tre, formato pacchetto di sigarette o poco più: L’Orma, Alegre, minimumfax.

3 – Manuele che rivedo dopo un anno e mi chiede: «Marco, perché la tua voce nel giornalismo non è più, fammi dire ma non è l’aggettivo perfetto, “preponderante”?»
«È semplice, non mi fanno scrivere»

4 – «Nemmeno Camilleri si mantiene con quello che scrive»
[Tra i corridoi]
(Penso, lì e per mezzora: AHAHAHAHAHA)

5 – Martina Carnesciali è più alta di quanto (mi) sembri dai social.

6 – L’eleganza del maggiore dei carabinieri, che in coda per la pipì riceve una telefonata e dice
– Adesso non posso, sto a fa’ ‘na cosa.
ma non dice cosa.
E poi non si lava le mani.

7 – Davvero qualcuno si converte ai testimoni di Geova, o accoglie il loro seme, al banco all’ingresso della metro?

8 – I fratelli Pautasso del Maghreb, che vendendo accendini hanno fatto laureare il più piccolo di loro, di solito in centro, anche quest’anno si trasferiscono in questi giorni al Lingotto.

9 – «Vendo sorrisi», mi ha detto il ragazzo con la pettorina dell’Unicef, al mio diniego, specificando che non vende merce.
Marta Fana gli ha parlato:
– Quanto guadagni?
– 400 euro di rimborso spese più in base a quante sottoscrizioni faccio. Lavoro per un’agenzia di marketing.
– Ma quindi a fine mese quanto porti a casa?
– A volte 1550, a volte 1000, a volte 600 euro.

10 – Con il pass stampa si salta la coda alle sale grandi (rossa, gialla, azzurra), ma non allo Spazio Incontri, dove quasi sempre, se non ci si mette in tempo in coda, si resta fuori. La cosa la trovo incredibilmente italiana.

11 – A un certo punto oggi hanno chiusi i cancelli: c’era troppa gente, il Lingotto ha raggiunto la capienza massima. Dopo mezzora, fuorisciti alcuni, si è riaperto.

12 – Molta gente, troppe code: impensabile che per un incontro di un’ora se ne debba passare altrettanta in coda. Tre incontri in un giorno valgono otto ore in miniera. Capisco le sale vadano svuotare e riempite, proposta: biglietti prenotabili online, ottieni un codice; se non ti presenti entro 5′ dall’inizio, rush line ed entrano quelli senza prenotazione, come succede al Torino Film Festival.

13 – Il pass Stampa: o ci sono esigenze di servizio, per cui salti la coda sempre, oppure non ci sono, per cui non salti la coda mai: invece nelle sale grandi salti la coda, in quelle piccole no.

14 – Maurizio de Giovanni ci fa piangere tutti, quanto ricorda Severino Cesari.

15 – La sindaca da tre giorni vive al Salone. Un po’ come Renzi che da Pres Cons andò per il mondo a salutare gli atleti italiani, oppure a realizzare i sogni del bambino tipo visitare la Apple o volare a NY per Pennetta-Vinci. W Pertini che gioca a scopa con Zoff, Causo e Bearzot. Polemica? No, invidia. Farei altrettanto.

16 – «Per ragioni di sicurezza», dice la ragazza addetta alla sala Azzurra, tutti i posti a sedere occupati, quando proibisce l’ingresso a un signore; il quale risponde: «E che è, siamo allo stadio? Questa è cultura, non un concerto!».

17 – Becco Ciro Ferrara; ho un poster della Juve nello zaino; perché non farglielo firmare?
– Scusa, Ciro, posso?
Ciro mi guarda e firma.
Il suo amico mi dice: «Cioè tu vuoi farmi credere che sei uscito con il poster della Juve perché sapevi che avresti visto Ciro Ferrara?».

18 – «I libri si comperano dopo, alla fine», è la lezione di vita che una mamma dà al bambino di dieci anni, che alle 10.11 della domenica mattina vuole a tutti i costi prendere un tomo da 17,1253 chili.

19 – Zerocalcare continua a fare disegnetti a chiunque gli porti a firmare copia del libro. È così da giovedì mattina. L’energia del suo avambraccio sta raggiungendo i livelli nucleari sprigionati a Mururoa. La coda arriva a Genova. Starà al Lingotto fino al 19 novembre. Lui e la coda.

20 – Il relatore che premette «Sarò breve», di solito dev’essere abbattuto.

[Nella fotografia, uno sconosciuto incontrato alla festa di Add Editore, in piazza Carlo Felice 85, venerdì 11 maggio 2018 alle ore 21.47]

Una volta venni rapinato

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Una volta venni rapinato. È una storia che racconto poco – io che parlo molto, dico molto, spesso ripeto – perché in fondo mi ha lasciato poco: poco tempo è durata la rapina, poco trauma, quasi nessun sentimento. Eppure è successo.
Anno 1994 circa, Mirafiori Sud, fermata del 63, io e un amico. Siamo stati a studiare da un’amica, è l’ora di pranzo e torniamo verso il centro. C’è il sole, poche persone in giro, solo un vecchio, oltre a noi, sulla banchina.
Si avvicina un ragazzo, dice: «Hai mille lire?».
Tiro fuori il portafoglio, dallo spazio delle banconote prendo mille lire, il ragazzo dice: «Dammi tutto».
Faccio per ritrarmi, dico: «No, tutto no».
Dice: «Ti accoltello».
Mi fermo. Sono immobile, il corpo fisso, né vado indietro né mi difendo, né tolgo il portafoglio né lo porgo. Un corpo di marmo. Il ragazzo mette una mano, prende tutta la carta. Saranno cinquantamila.
Si gira verso il mio amico: «Anche tu». Arraffa i soldi di carta del mio amico; se ne va.
La rapina è durata il tempo di leggere queste righe, probabilmente trenta secondi, forse un minuto.
Appena il ragazzo sparì dietro un palazzo fummo presi da una rabbia sanguinaria, da un indicibile desiderio di vendetta, anzi no: di violenza immediata, in un’idea di continuità della scena: come se non fosse finita, come fossimo stati impediti, nella reazione, da qualcuno intervenuto con lui, e adesso fosse scomparso. Adesso l’avremmo massacrato: un minuto prima restammo immobili.
Non ci penso mai alla rapina: un episodio minore, che durò poco, che costò in fondo poco; ma mi viene in mente quando leggo di certe violenze, violazioni del corpo, quando qualcuno chiede perché la vittima non abbia gridato, quando qualcuno sostiene che non c’è stata ribellione quindi c’era accondiscendenza, quando qualcuno sentenzia che la coercizione è impossibile senza la minaccia di un’arma visibile. Se ne è parlato all’incontro con Alice Sebold al Salone del libro qualche giorno fa: Ma lei – le chiesero – l’aveva visto il coltello? E se non l’aveva visto, perché non si è ribellata [all’uomo che la stava stuprando]?
Eravamo in due, ventenni, in salute, fummo vinti da un coetaneo cui bastò dire: «Ti accoltello». Non facemmo neppure denuncia, lo ritenemmo inutile. Torino era piena di tossici a quel tempo, nessuno avrebbe fatto niente.

[Torino, 16 maggio 2018]

Quel chiosco nel parco dove ci si innamora

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«All’estero un parco così lo riempirebbero tutti i giorni», dice Alessandro. Penso al Regent’s Park di Londra, a Vondelpark ad Amsterdam, di un identico verde e della medesima bellezza, pieni in effetti tutti i giorni. «Finite le Olimpiadi sono rimasti i turisti. Prima, non ne avevamo mai visto uno». È qualcosa che prosegue nella sua aria di novità, se ancora, dopo dodici anni, siamo a parlarne: va da sé che Londra e Amsterdam ai turisti sono abituati da tempo.

Vado oltre le parole di Alessandro («Alle 19 è l’ora più bella, quel sole che c’è e non c’è») e annuncio: chi scrive ama il Valentino, sa cosa significa corrervi seguìto dagli sguardi dei turisti, prova il piacere un po’ esibizionista di essere osservato da chi guarda gli autoctoni («Oh, i torinesi! Questi esseri così strani!»), e immagina di finire nelle fotografie. Alessandro è nato in Germania, è vissuto in Spagna, sta al chiosco da quindici anni, ogni sua frase è una dichiarazione d’amore. «Escono articoli brutti sul Valentino, la gente di spaventa, pensa chissà che cosa». E invece gli articoli riguardano sempre la medesima parte, agli angoli tra i corsi Massimo e Vittorio; viale Virgilio, qui, è un altro mondo. C’è il fiume.

«Una volta un tizio arriva, mi dà il portafoglio. “Me lo tiene per favore? Vado a suicidarmi”. Ha fatto qualche metro, si voleva buttare nel Po». Alessandro chiamò la polizia, gli andò incontro, il signore rimase un po’ a pensarci, desistette.

Una volta una ragazza seduta tra i tavoli, dal nulla, s’alzò in piedi e si mise a cantare: era un tenore, cantò senza musica, il parco intero si fermò incantato. Alessandro ha naturali doti di sensale. Qualche anno fa, una sera, una turista spagnola passò davanti al chiosco, sentì che qui si parla anche spagnolo – la moglie di Alessandro, Olga, nome russo ma cognome Lopez Sanchez, è di Toledo -, Olga tirò fuori una torta, la ragazza faceva il compleanno, festeggiarono. Alessandro ha molti amici, uno di questi è Davide, è finita che la turista Noelia e Davide si sono sposati: in 17 sono volati a Santander da Torino, al matrimonio. «Non so come, ma quattro o cinque coppie sono nate grazie a me».

Al chiosco bazzicava anche Cosimo. «Non viene da un po’». Molto di ciò che vede Cosimo Cavallo, clochard per scelta, è frutto di allucinazione; uomo d’arte, ebbe una personale qualche anno fa in una galleria del centro. Qui al chiosco gli commissionarono qualche ritratto, ma era inaffidabile. «Poi, lui è fissato con le sfere». Cercàtelo su internet, le sue opere vi metteranno a disagio, che è ciò che in fondo è bene faccia l’arte; al contrario di un parco, che vi rasserena all’ora dell’aperitivo.

Puerto Cinco, viale Virgilio senza numero civico (è un chiosco, al parco Valentino) – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 6 maggio 2018]

Un caffè tra storie, amici e mascotte. “Qui veniva Gipo”

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«Il giorno in cui dovessi andare via, piangerò». Non è certo in programma, ma non si sa mai, specifica Isabella, con il pudore di chi teme che anche soltanto parlandone le cose belle si sciupino. Quando racconta delle persone si concentra sui pregi, sugli episodi che fanno sorridere o danno qualche minuto di serenità, e mai su ciò che dà sconforto. Parla dei clienti che sono diventati amici, e trova in loro, forse senza rendersene conto, un tratto comune: Alessandro fa il geometra e «ha sempre voglia di scherzare»; Eros ha la lavanderia accanto, «ci tiene allegri, scherza con tutti»; Patrizia, del negozio di antiquariato, «dà una mano, è sempre disponibile». Isabella non si lamenta: non che non ne abbia motivo, non è dato sapere, ma non lo fa: in questo momento storico, un atteggiamento rivoluzionario. Quest’area di San Donato sembra un paese di campagna dove ci si conosce tutti. Isabella viene da Trapani: gestiva una trattoria, otto anni fa mollò tutto per amore di Roberto. Annuncio: si sposano il 4 agosto a Torrazza Piemonte, prosit!
Oltre a Isabella, al bar c’è Francesca. Non sono mai sole. Ci sono Stefano, Anna e i bambini, che partono per New York e passano a salutare. Spesso c’è la signora I., che tiene alla privacy da quando qualche anno fa si diffuse la notizia, vera, che la sua labrador rifiutasse i cani maschi che le venivano portati perché si riproducesse, e il quartiere seguiva con apprensione, finché un giorno la cagnetta si convinse di avere trovato finalmente quello giusto e partorì nove cuccioli. La signora I., per celia, e per una figlia piccola, espose un fiocco alla porta, passò un giornalista e la storia finì sul giornale (non questo): il collega indicò nome, indirizzo e piano, e I. non gradì. «La mascotte si chiama Andrea, l’abbiamo visto quando ancora era nella pancia della mamma, nel passeggino, gattonare, camminare, insomma crescere», dice Isabella. Il bar è una finestra sul tempo. «Qui una volta veniva Gipo a cantare, con la chitarra», dice Eros, a lui questa storia gliel’hanno raccontata, perché parliamo di decenni fa, quando ancora c’era il signor Piero e il locale aveva il biliardo e tirava fino a mezzanotte. Arrivano Quinto, l’amica Marianna e un lagotto, Quinto fa lo chef e scende nel Lazio dove vive la sua famiglia. Racconta della fidanzata di Bucarest, conosciuta la sera in cui le ritirarono la patente. C’è abbondanza di storie, voci che si sovrappongono, parole che si liberano. Molte sfuggono, tento di fermarle sul taccuino. «Io non so cosa stia succedendo», mi vede Marianna, «in ogni caso, se ti interessa, il mio cane si chiama Mozart».

Antica Caffetteria, via Talucchi 24 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 29 aprile 2018]