Il barista che non ne vuole più sapere

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In metro, un ragazzo in età da liceo aveva un grosso succhiotto sul collo nudissimo, un succhiotto della forma delle piastrine dei Marines. L’ho guardato, ha piantato gli occhi nei miei, con un’espressione a metà tra “Hai visto che cosa mi fanno le donne?” e “Fatti i cazzi tuoi, minchione”. Non ha abbassato mai lo sguardo, invece ho distolto il mio perché intanto era salito un gruppo rumoroso di ragazzini, tutti maschi anch’essi in età da liceo, e siccome il vagone era affollato e loro erano nei pressi dell’uscita, giocavano a sbattersi fuori appena prima le porte si chiudessero. A ogni fermata così: in due o tre cercavano di spingere fuori uno, non ci riuscivano, era tutto un ridere e un “vaffanculo stronzo”, ma giocando, come i cagnolini che mordicchiano per finta.
Poi hanno smesso, io mi sono perso tra i pensieri, nemmeno mi ero accorto che il ragazzo con il succhiotto fosse sceso, non mi pareva di averlo visto passarmi davanti, eppure non c’era più

Qualche mattina fa, alle 7, sono entrato in un bar dove già ero stato, dall’atmosfera un po’ retrò, ancora dall’odor di fumo, con alcune donne agées che immaginavo far colazione dopo una nottata a lavorare al night, attrici senza contratto che si ritoccano il viso nell’illusione di una bellezza perpetua, operai dei cantieri, ragazze straniere dalle ossa grosse che puliscono le scale dei condomini, pensionati che hanno fatto i picchetti, un ex truffatore delle tre campanelle. Dietro al bancone c’era un vecchio con i baffi grigi, che parlava con un forte accento veneto, mi sono presentato e gli ho detto che avrei voluto raccontare il suo bar sul giornale.
Di solito le persone, fugata l’ombra del dubbio che il servizio sia a pagamento, sono molto felici. Invece quel vecchio mi ha detto no. No, no. Si è scusato, ma – ha detto – “Non ne voglio più sapere niente”. Ha detto che voleva vendere, forse aveva un acquirente, era stufo del bar, non voleva pubblicità. Aveva in schifo tutti i racconti dal bar, sebbene ci fossero – ammetteva – davvero un mucchio di storie da scrivere. Era arrabbiato di una rabbia dimessa, non aggressiva. Ce l’aveva con i politici, ma ne diceva aggettivi infantili («quello è un pagliaccio», «quello è un comico»), come se gli uscissero con un filo di voce appena prima di svenire. Non ha specificato i motivi della lamentela (di solito: tasse; diminuzione dei profitti; maleducazione delle persone, aggressività dei clienti), neppure mi è parso stanco della vita: soltanto del bar.
Mi ha offerto un cappuccino e un caffè, mi ha detto: «Sei forte te», un po’ come lo direbbe Celentano, senza essere Celentano, essendo un vecchietto minuto dall’accento veneto.
Gli ho lasciato il mio numero, qualora cambiasse idea.
Ma non chiamerà.

[Torino, 14 – 17 maggio 2018. La fotografia è stata però scattata a Roma, alla Stazione Termini, domenica 20 maggio 2018 alle ore 16.20]

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Ansie, tic e dubbi. Dietro ogni cliente c’è un ipocondriaco

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C’è una sindrome, dice Roberta, che si chiama «ipocondria da bar», e funziona così: il cliente approccia da lontano un generico «Come va?», la barista risponde altrettanto generica «Abbastanza bene», e poi ribatte, per cuore e gentilezza: «E tu?». Questo è il fine ultimo del cliente, aver licenza di parlare perché qualcuno lo ha chiesto. E incomincia: Sai di quello lì? Veramente no. Eh, aveva un lieve prurito, tre settimane è morto. Sai di quello là? Veramente no. Eh, l’ho visto ieri, stava bene, stanotte è morto. Tutto così. La sera, a casa, Roberta avrà il prurito lieve e tutti i sintomi dell’infarto. C’è da dire che molti i problemi di salute li hanno perché a certe età arrivano: nei giardini qui davanti alcuni vecchietti suonano la chitarra e fanno musica per un attento, folto uditorio dai capelli bianchi che il mattino trovi a far la fila dal medico di base. «È un quartiere vecchio», dice Roberta. Dove tuttavia pochi intraprendono la vana rincorsa del tempo, preferendo invece usarlo per momenti di felicità neppure piccola. Come Paola, «la colonna portante del bar», come Laura, una signora rimasta vedova, convinta che avrebbe passato il resto della vita nel pensiero del marito, che invece ha trovato, inatteso, ben oltre i settant’anni, un nuovo amore che fa sentire i ghirigori nello stomaco e mancare il fiato. E i giovani? Ci sono: gli animatori dell’Agape, della vicina parrocchia di Sant’Ermenegildo. Roberta s’infiamma: «Loro occupano ogni domenica mattina il nostro piccolo bar con mille colori di vita, sono i ragazzi che ci rallegrano il lavoro, che mantengono viva la speranza di un mondo migliore».

Caffetteria I due bignè, corso Telesio 93 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 20 maggio 2018]

Se Darth Vader si affaccia al bancone del bar

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Nemmeno entrato del tutto, ricevo una domanda: «Lei è della Juve?». Sì, e l’uomo quasi s’accascia. Gli altri ridono. L’uomo si chiama Piero, fa il bancario, è ossessionato dai tifosi della Juve: teme di esserne circondato. Se ne va. Rimangono Nicola, il proprietario, al bar da 31 anni, e la nipote Francesca. Guardiamo in strada: passa un signore con un abbigliamento quasi casuale, sembra indossi le prime cose tastate nell’armadio al buio, al centro del torace s’evidenzia, nell’inconfondibilità delle strisce, la maglia della Juventus. «Il centro è pieno di pazzi», dice Nicola. La pazzia è egualitaria, non bada al censo. Si parla di tal Raimondo dai comportamenti atipici: non è raro vederlo alle 6 del mattino vestito da Darth Vader, talvolta con la divisa da Swat, talvolta da ufficiale SS. E poi, non pazzi ma almeno eccentrici, sono passati gli alpini nei loro raduni, i turisti per le Olimpiadi. A quei tempi di sovraffollamento si facevano le carovane per il bagno, veniva chiesto a voce alta chi avesse bisogno e si faceva la comitiva, perché raggiungerlo, nel cortile interno, per qualcuno può essere un enigma. Una volta un signore anziano prese l’uscita carraia su via Gramsci e vagò verso Porta Nuova, dentro si preoccuparono tutti e uscirono a cercarlo.
Nicola, qual è la cosa bella del bar? «Veder crescere le persone, sapere che hai fatto parte della loro storia. Ci fa capire che non abbiamo buttato via il nostro tempo». Invece ancora si commuove al pensiero del socio Valerio, mancato sei anni fa. «Eravamo come fratelli, se n’è andato in pochi mesi. Questo ha un po’ offuscato parecchi ricordi».

Bar Alexander, via Amendola 10 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 13 maggio 2018]

«Allora, il Salone?». Un reportage per frammenti.

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[«Allora, il Salone?». Ecco 20 cose di Salone, il reportage per frammenti, completo, dei miei 3 giorni al Lingotto]

1 – «C’è Scansi in sala gialla»
[Tra i corridoi]
(Nota: Andrea Scanzi)

2 – Nel 1996, quando internet lo guardavano in due, arrivai a casa con cinque borse piene di cataloghi di editori che non finivano mai sui giornali. Oggi tre, formato pacchetto di sigarette o poco più: L’Orma, Alegre, minimumfax.

3 – Manuele che rivedo dopo un anno e mi chiede: «Marco, perché la tua voce nel giornalismo non è più, fammi dire ma non è l’aggettivo perfetto, “preponderante”?»
«È semplice, non mi fanno scrivere»

4 – «Nemmeno Camilleri si mantiene con quello che scrive»
[Tra i corridoi]
(Penso, lì e per mezzora: AHAHAHAHAHA)

5 – Martina Carnesciali è più alta di quanto (mi) sembri dai social.

6 – L’eleganza del maggiore dei carabinieri, che in coda per la pipì riceve una telefonata e dice
– Adesso non posso, sto a fa’ ‘na cosa.
ma non dice cosa.
E poi non si lava le mani.

7 – Davvero qualcuno si converte ai testimoni di Geova, o accoglie il loro seme, al banco all’ingresso della metro?

8 – I fratelli Pautasso del Maghreb, che vendendo accendini hanno fatto laureare il più piccolo di loro, di solito in centro, anche quest’anno si trasferiscono in questi giorni al Lingotto.

9 – «Vendo sorrisi», mi ha detto il ragazzo con la pettorina dell’Unicef, al mio diniego, specificando che non vende merce.
Marta Fana gli ha parlato:
– Quanto guadagni?
– 400 euro di rimborso spese più in base a quante sottoscrizioni faccio. Lavoro per un’agenzia di marketing.
– Ma quindi a fine mese quanto porti a casa?
– A volte 1550, a volte 1000, a volte 600 euro.

10 – Con il pass stampa si salta la coda alle sale grandi (rossa, gialla, azzurra), ma non allo Spazio Incontri, dove quasi sempre, se non ci si mette in tempo in coda, si resta fuori. La cosa la trovo incredibilmente italiana.

11 – A un certo punto oggi hanno chiusi i cancelli: c’era troppa gente, il Lingotto ha raggiunto la capienza massima. Dopo mezzora, fuorisciti alcuni, si è riaperto.

12 – Molta gente, troppe code: impensabile che per un incontro di un’ora se ne debba passare altrettanta in coda. Tre incontri in un giorno valgono otto ore in miniera. Capisco le sale vadano svuotare e riempite, proposta: biglietti prenotabili online, ottieni un codice; se non ti presenti entro 5′ dall’inizio, rush line ed entrano quelli senza prenotazione, come succede al Torino Film Festival.

13 – Il pass Stampa: o ci sono esigenze di servizio, per cui salti la coda sempre, oppure non ci sono, per cui non salti la coda mai: invece nelle sale grandi salti la coda, in quelle piccole no.

14 – Maurizio de Giovanni ci fa piangere tutti, quanto ricorda Severino Cesari.

15 – La sindaca da tre giorni vive al Salone. Un po’ come Renzi che da Pres Cons andò per il mondo a salutare gli atleti italiani, oppure a realizzare i sogni del bambino tipo visitare la Apple o volare a NY per Pennetta-Vinci. W Pertini che gioca a scopa con Zoff, Causo e Bearzot. Polemica? No, invidia. Farei altrettanto.

16 – «Per ragioni di sicurezza», dice la ragazza addetta alla sala Azzurra, tutti i posti a sedere occupati, quando proibisce l’ingresso a un signore; il quale risponde: «E che è, siamo allo stadio? Questa è cultura, non un concerto!».

17 – Becco Ciro Ferrara; ho un poster della Juve nello zaino; perché non farglielo firmare?
– Scusa, Ciro, posso?
Ciro mi guarda e firma.
Il suo amico mi dice: «Cioè tu vuoi farmi credere che sei uscito con il poster della Juve perché sapevi che avresti visto Ciro Ferrara?».

18 – «I libri si comperano dopo, alla fine», è la lezione di vita che una mamma dà al bambino di dieci anni, che alle 10.11 della domenica mattina vuole a tutti i costi prendere un tomo da 17,1253 chili.

19 – Zerocalcare continua a fare disegnetti a chiunque gli porti a firmare copia del libro. È così da giovedì mattina. L’energia del suo avambraccio sta raggiungendo i livelli nucleari sprigionati a Mururoa. La coda arriva a Genova. Starà al Lingotto fino al 19 novembre. Lui e la coda.

20 – Il relatore che premette «Sarò breve», di solito dev’essere abbattuto.

[Nella fotografia, uno sconosciuto incontrato alla festa di Add Editore, in piazza Carlo Felice 85, venerdì 11 maggio 2018 alle ore 21.47]

Una volta venni rapinato

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Una volta venni rapinato. È una storia che racconto poco – io che parlo molto, dico molto, spesso ripeto – perché in fondo mi ha lasciato poco: poco tempo è durata la rapina, poco trauma, quasi nessun sentimento. Eppure è successo.
Anno 1994 circa, Mirafiori Sud, fermata del 63, io e un amico. Siamo stati a studiare da un’amica, è l’ora di pranzo e torniamo verso il centro. C’è il sole, poche persone in giro, solo un vecchio, oltre a noi, sulla banchina.
Si avvicina un ragazzo, dice: «Hai mille lire?».
Tiro fuori il portafoglio, dallo spazio delle banconote prendo mille lire, il ragazzo dice: «Dammi tutto».
Faccio per ritrarmi, dico: «No, tutto no».
Dice: «Ti accoltello».
Mi fermo. Sono immobile, il corpo fisso, né vado indietro né mi difendo, né tolgo il portafoglio né lo porgo. Un corpo di marmo. Il ragazzo mette una mano, prende tutta la carta. Saranno cinquantamila.
Si gira verso il mio amico: «Anche tu». Arraffa i soldi di carta del mio amico; se ne va.
La rapina è durata il tempo di leggere queste righe, probabilmente trenta secondi, forse un minuto.
Appena il ragazzo sparì dietro un palazzo fummo presi da una rabbia sanguinaria, da un indicibile desiderio di vendetta, anzi no: di violenza immediata, in un’idea di continuità della scena: come se non fosse finita, come fossimo stati impediti, nella reazione, da qualcuno intervenuto con lui, e adesso fosse scomparso. Adesso l’avremmo massacrato: un minuto prima restammo immobili.
Non ci penso mai alla rapina: un episodio minore, che durò poco, che costò in fondo poco; ma mi viene in mente quando leggo di certe violenze, violazioni del corpo, quando qualcuno chiede perché la vittima non abbia gridato, quando qualcuno sostiene che non c’è stata ribellione quindi c’era accondiscendenza, quando qualcuno sentenzia che la coercizione è impossibile senza la minaccia di un’arma visibile. Se ne è parlato all’incontro con Alice Sebold al Salone del libro qualche giorno fa: Ma lei – le chiesero – l’aveva visto il coltello? E se non l’aveva visto, perché non si è ribellata [all’uomo che la stava stuprando]?
Eravamo in due, ventenni, in salute, fummo vinti da un coetaneo cui bastò dire: «Ti accoltello». Non facemmo neppure denuncia, lo ritenemmo inutile. Torino era piena di tossici a quel tempo, nessuno avrebbe fatto niente.

[Torino, 16 maggio 2018]

Quel chiosco nel parco dove ci si innamora

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«All’estero un parco così lo riempirebbero tutti i giorni», dice Alessandro. Penso al Regent’s Park di Londra, a Vondelpark ad Amsterdam, di un identico verde e della medesima bellezza, pieni in effetti tutti i giorni. «Finite le Olimpiadi sono rimasti i turisti. Prima, non ne avevamo mai visto uno». È qualcosa che prosegue nella sua aria di novità, se ancora, dopo dodici anni, siamo a parlarne: va da sé che Londra e Amsterdam ai turisti sono abituati da tempo.

Vado oltre le parole di Alessandro («Alle 19 è l’ora più bella, quel sole che c’è e non c’è») e annuncio: chi scrive ama il Valentino, sa cosa significa corrervi seguìto dagli sguardi dei turisti, prova il piacere un po’ esibizionista di essere osservato da chi guarda gli autoctoni («Oh, i torinesi! Questi esseri così strani!»), e immagina di finire nelle fotografie. Alessandro è nato in Germania, è vissuto in Spagna, sta al chiosco da quindici anni, ogni sua frase è una dichiarazione d’amore. «Escono articoli brutti sul Valentino, la gente di spaventa, pensa chissà che cosa». E invece gli articoli riguardano sempre la medesima parte, agli angoli tra i corsi Massimo e Vittorio; viale Virgilio, qui, è un altro mondo. C’è il fiume.

«Una volta un tizio arriva, mi dà il portafoglio. “Me lo tiene per favore? Vado a suicidarmi”. Ha fatto qualche metro, si voleva buttare nel Po». Alessandro chiamò la polizia, gli andò incontro, il signore rimase un po’ a pensarci, desistette.

Una volta una ragazza seduta tra i tavoli, dal nulla, s’alzò in piedi e si mise a cantare: era un tenore, cantò senza musica, il parco intero si fermò incantato. Alessandro ha naturali doti di sensale. Qualche anno fa, una sera, una turista spagnola passò davanti al chiosco, sentì che qui si parla anche spagnolo – la moglie di Alessandro, Olga, nome russo ma cognome Lopez Sanchez, è di Toledo -, Olga tirò fuori una torta, la ragazza faceva il compleanno, festeggiarono. Alessandro ha molti amici, uno di questi è Davide, è finita che la turista Noelia e Davide si sono sposati: in 17 sono volati a Santander da Torino, al matrimonio. «Non so come, ma quattro o cinque coppie sono nate grazie a me».

Al chiosco bazzicava anche Cosimo. «Non viene da un po’». Molto di ciò che vede Cosimo Cavallo, clochard per scelta, è frutto di allucinazione; uomo d’arte, ebbe una personale qualche anno fa in una galleria del centro. Qui al chiosco gli commissionarono qualche ritratto, ma era inaffidabile. «Poi, lui è fissato con le sfere». Cercàtelo su internet, le sue opere vi metteranno a disagio, che è ciò che in fondo è bene faccia l’arte; al contrario di un parco, che vi rasserena all’ora dell’aperitivo.

Puerto Cinco, viale Virgilio senza numero civico (è un chiosco, al parco Valentino) – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 6 maggio 2018]

Un caffè tra storie, amici e mascotte. “Qui veniva Gipo”

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«Il giorno in cui dovessi andare via, piangerò». Non è certo in programma, ma non si sa mai, specifica Isabella, con il pudore di chi teme che anche soltanto parlandone le cose belle si sciupino. Quando racconta delle persone si concentra sui pregi, sugli episodi che fanno sorridere o danno qualche minuto di serenità, e mai su ciò che dà sconforto. Parla dei clienti che sono diventati amici, e trova in loro, forse senza rendersene conto, un tratto comune: Alessandro fa il geometra e «ha sempre voglia di scherzare»; Eros ha la lavanderia accanto, «ci tiene allegri, scherza con tutti»; Patrizia, del negozio di antiquariato, «dà una mano, è sempre disponibile». Isabella non si lamenta: non che non ne abbia motivo, non è dato sapere, ma non lo fa: in questo momento storico, un atteggiamento rivoluzionario. Quest’area di San Donato sembra un paese di campagna dove ci si conosce tutti. Isabella viene da Trapani: gestiva una trattoria, otto anni fa mollò tutto per amore di Roberto. Annuncio: si sposano il 4 agosto a Torrazza Piemonte, prosit!
Oltre a Isabella, al bar c’è Francesca. Non sono mai sole. Ci sono Stefano, Anna e i bambini, che partono per New York e passano a salutare. Spesso c’è la signora I., che tiene alla privacy da quando qualche anno fa si diffuse la notizia, vera, che la sua labrador rifiutasse i cani maschi che le venivano portati perché si riproducesse, e il quartiere seguiva con apprensione, finché un giorno la cagnetta si convinse di avere trovato finalmente quello giusto e partorì nove cuccioli. La signora I., per celia, e per una figlia piccola, espose un fiocco alla porta, passò un giornalista e la storia finì sul giornale (non questo): il collega indicò nome, indirizzo e piano, e I. non gradì. «La mascotte si chiama Andrea, l’abbiamo visto quando ancora era nella pancia della mamma, nel passeggino, gattonare, camminare, insomma crescere», dice Isabella. Il bar è una finestra sul tempo. «Qui una volta veniva Gipo a cantare, con la chitarra», dice Eros, a lui questa storia gliel’hanno raccontata, perché parliamo di decenni fa, quando ancora c’era il signor Piero e il locale aveva il biliardo e tirava fino a mezzanotte. Arrivano Quinto, l’amica Marianna e un lagotto, Quinto fa lo chef e scende nel Lazio dove vive la sua famiglia. Racconta della fidanzata di Bucarest, conosciuta la sera in cui le ritirarono la patente. C’è abbondanza di storie, voci che si sovrappongono, parole che si liberano. Molte sfuggono, tento di fermarle sul taccuino. «Io non so cosa stia succedendo», mi vede Marianna, «in ogni caso, se ti interessa, il mio cane si chiama Mozart».

Antica Caffetteria, via Talucchi 24 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 29 aprile 2018]

L’ex ragazzo di Barriera ce l’ha fatta

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A ventitré anni Alessandro disse: o apro qualcosa, o vado a Miami. Arrivava da un’esperienza alle Canarie, dove aveva fatto il cameriere; trovò questo locale, è l’ottobre del 2000 ed è già passato, da allora, tempo sufficiente per fargli dire, oggi, di aver accompagnato al matrimonio bambini cui aveva fatto torte di compleanno quando avevano cinque anni. «Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei loro sogni», è scritto con un gessetto bianco su una lavagna. «Sono partito con zero, mi sono fatto trenta milioni di lire di debito, e in un anno sono riuscito a restituirli». Così giovane e intraprendente, pur proveniendo da una famiglia – mamma calabrese, papà sardo, a Torino nei favolosi ’60 – in cui nessuno faceva l’imprenditore. Alessandro è un ragazzo di Barriera, qui fece i primi lavori a un’età nemmeno buona per la patente, in bar in cui si giocava anche pesante. «Lì ho capito il bene e il male». La clientela, un barista la sceglie. «È facile, se uno non ti va a genio è sufficiente non farlo sentire a proprio agio. Se qualcuno si trova in un ambiente diverso dal suo, scappa». «Non esiste nulla che non possa essere risolto con un sorriso e un buon pranzo», è una seconda frase, scritta su un’altra lavagna. Entra Walter, vestito da sport. È un tipo che si butta giù dalle montagne con la bicicletta, suo figlio, al contrario, le montagne le prende dal basso: è uno scalatore professionista, si chiama Stefano Ghisolfi, a 21 anni prese l’aereo, andò in Cina, fece mille chilometri in autobus, e vinse una gara di Coppa del mondo di arrampicata. «In vent’anni ne ho viste di storie, di chi ce l’ha fatta e anche tante di chi non ce l’ha fatta», dice Alessandro. «Che poi, io non so cosa voglia dire esattamente farcela». Sono convinto che ogni parola, ogni sillaba, Alessandro l’abbia detta nel ricordo del fratello Francesco, scomparso lo scorso anno: non è necessaria alcuna lavagna per la scritta «Famiglia», che aleggia, intesa come d’origine, la famiglia degli amici, i clienti, i vicini di casa, nel 2016 chiusero la piazetta di fronte al bar e fecero la Festa del Vicino, Alessandro la animò. Lo scorso anno non se ne fece nulla, per il lutto che personale diventava collettivo. «La vita, poi, ti cambia». Ci sono altri due fratelli, Barbara la compagna, le tre figlie sue e i due di Francesco. Forse farcela è questo, andare avanti nonostante accadano cose che rovinano i sogni belli e talvolta sorridere sembra impossibile. Un’ultima frase, di Proust: «Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso». Trovarsi nelle storie degli altri, sentirsi tutti un po’ meno soli.

DolceArea Cafè, via Mercadante 50 – Torino
[Articolo pubblicato sulLa Stampa, cronaca di Torino, domenica 22 aprile 2018]

Un vecchio in metropolitana

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Un vecchio con le dita nodose e deformate, seduto in metro con una borsa da lavoro sulle gambe, si è messo a cercare con furia qualcosa dalla borsa.
Passava da un comparto all’altro, metteva dentro la mano, poi tutto l’avambraccio, e meno trovava più si agitava.
Passate le tasche interne provava quelle esterne, salendogli l’affanno, sulla fronte gocce di sudore grosse come chicchi di caffè.
Era un vecchio ben oltre gli ottanta, anche la borsa era logora. Era ormai in uno stato d’ansia contagiosa, e mi ero agitato anch’io, più per la pena per quell’uomo – che cosa aveva perso di tanto importante? Un ricordo della moglie? Un oggetto di valore? – che per l’ipotesi sempre più probabile di infarto. Era senz’altro qualcosa di irripetibile, sarebbe andato perso per sempre, come una vita.
Poi è stato un attimo, il vecchio ha trovato una tasca e nella tasca ha trovato il cellulare, ha chiuso gli occhi dal sollievo, gli è uscita una risata isterica trattenuta, le dita con i nodi hanno battuto lo schermo, il dito indice rigido, ha preso un fazzoletto, si è asciugato la fronte, teneva il cellulare in mano come fosse un neonato, in un certo senso era così.

Torino, 19 aprile 2018

Racconto senza titolo

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[Nel 2012 scrissi questo racconto. Mi piacevano le storie di sconosciuti che arrivano a condividere un momento drammatico, mi piaceva parlare di quello che ci può essere dietro ai grandi fatti della cronaca, ad esempio al naufragio della Concordia all’isola del Giglio]

Ho preso il biglietto la sera stessa in cui il direttore mi ha chiamato. Non sono riuscito a piangere, sono rientrato alla scrivania quasi appoggiandomi al muro, avevo cedimenti. Nemmeno a casa sono riuscito a piangere, ho detto a Francesca ti devo parlare, ho detto siediti, come fosse un film, e poi le ho parlato come un bollettino Ansa.
Si è messa a piangere.
Il mutuo.
Il bimbo.
Le vacanze.
Le domeniche in montagna.
Ce la faremo, ha detto mentre si asciugava.
Non è colpa tua, ha poi detto mentre gettava il fazzoletto.
Tu sei sempre il mio ingegnere preferito, abbracciandomi da dietro.
Io non piangevo, non pensavo né al mutuo né al bimbo né alle vacanze e nemmeno alla mia autostima, in quel momento pensavo al mio amico Giovanni che quando aveva perso il grosso cliente che da solo gli garantiva la metà del fatturato aveva detto: «In tempi di crisi bisogna rilanciare. Mi compro un Porsche. È usato, è vecchio, ma è il mio sogno».
Io in quel momento io pensavo alla crociera che, porca miseria, non ho mai fatto. Così sono andato su internet e ho preso il biglietto, e pazienza se abbattendo di metà il conto corrente. Ai soldi ci penserò dopo, ho detto a Francesca, andrò anche a servire nei ristoranti se necessario, ma adesso di questa crociera ho bisogno come l’aria.
Lei ha capito, e mi ha sorriso.
My tender love.

Non credo di amarlo più. Ho impiegato un anno a dirmelo e uno a dirglielo, e lui come reagisce? «E’ un brutto periodo, hai bisogno di una vacanza». Così la sera dopo arriva a casa e mi fa trovare questo biglietto. «Vedrai tua madre, tua sorella…», ma io non l’ho detto a mia madre e mia sorella che questa nave fa tappa a Barcellona. Sola devo essere e sola sarò, ho pensato. Almeno all’inizio.
Carrer de Cabanes. Mi portava lì quindici anni fa, lì e all’altro bel ristorantino di Carrer de Sòria a Barceloneta. Avrei dovuto conoscerli io i posti, invece arrivava lui dall’Italia e c’era sempre un amico che gli aveva consigliato questo o quell’altro. L’autunno della prima estate prese la macchina e si fece trovare sotto il mio ufficio con un mazzo di rose gialle. «Lo sai cosa significano, vero?», dissi. «Sì, ma non me ne frega niente». Fingevo di essere seccata ma in realtà ero divertita, alzai gli occhi per sbuffare e non ebbi tempo di riprendermi che mi diede il bacio più bello del mondo, tenendomi i capelli con i polpastrelli appena. Mi ripresi che lo stavo abbracciando, il mazzo di rose era a terra. Poi dissi: «Iniziamo bene», di nuovo fingendo di sbuffare, e volevo riferirmi al significato dei fiori ma lui lo intese riferito al bacio e ringalluzzì. Ridemmo. I primi tempi, a volte viaggiava la notte e arrivava sotto casa il mattino, mi accompagnava in ufficio e sulla sua auto facevamo colazione, succo, croissant, quello schifosissimo cafè de leche ormai freddo mi sembrava la cosa più buona del mondo. Mi lasciava sotto l’ufficio, un bacio e via, come fossimo della stessa città. Due anni dopo eravamo sposati e io iniziavo una nuova vita a Genova, lavorando per il suo cantiere navale.
E adesso non so se lo amo ancora. Una settimana nel Mediterraneo per scoprire chi sono da dove vengo eccetera eccetera e soprattutto dove voglio andare. Con chi, voglio andare.
Perché dovevo essere qui sola, ma poi non ce l’ho fatta e ho preso un biglietto anche per Eugenio. A cui sto dicendo che non so se amo mio marito ed è la verità, però la verità è che forse amo Eugenio, e questo Eugenio lo sa.
40 anni e sembro una cretina. E comunque adesso qui all’imbarco il cuore mi batte forte, non lo posso negare, perché cerco Eugenio e ancora non lo trovo, in mezzo a questa folla, Eugenio che mi ha appena mandato un sms, Eugenio che sta arrivando.

L’istinto è stato mandare un sms: «Vaffanculooooooooooooooooo».
A ottobre incomincio a sputare sangue. La prima volta niente, mi starà venendo un po’ di bronchite. La seconda volta niente, sarà questa bronchite. La terza volta riempio quasi il fazzoletto, allora mio figlio dice: papà, vai dal medico.
Questa raffineria di merda, sta’ a vedere che m’ha ammalato i polmoni. Il medico dice: lastre. Faccio le lastre, le porto al medico e questo sbianca. «Signor Decesari, dobbiamo fare accertamenti». «Mi dica subito», gli ho detto, «muoio?». Io ancora quasi scherzavo, questo invece si fa serio, serissimo, mi dice che dobbiamo fare una broncoscopia e recuperare un campione del tessuto per una biopsia.
Merda.
Ha incominciato a chiedermi se avevo difficoltà a respirare e no, fino a quel momento non le avevo.
Mi si è bloccato il respiro lì, nel suo studio.
Poi mi ha di nuovo chiesto da quand’è che avevo questa tosse, e io di nuovo gli ho risposto non è che abbia tosse, soltanto un colpo ogni tanto ma quando tossisco esce sangue.
Poi mi ha chiesto se avevo mal di schiena, e l’altra volta questo non me l’aveva chiesto perché l’altra volta non era preoccupato come adesso.
Poi ha detto: «Al 95% è cancro».
Sono uscito e ho mandato un sms: «Ho un cancro ai polmoni. Cristo». Il tizio non mi ha chiamato, voglio vedere quanti hanno il coraggio di richiamare uno che ti manda un sms così, un numero di qualcuno che credi possa essere un tuo amico e magari lo è e, cristo, che cosa gli dici?
Dieci giorni di merda. Passàteli voi dieci giorni di attesa per l’esame che dovrebbe scagionare il cancro ai polmoni, e poi gli altri in attesa dell’esito che al 95% lo confermerà.
Passàteli.
Gli sms che mandavo quei giorni erano:
«Sto per morire»
«La vita è(ra) bella»
«Prego quella gran mignotta del terzo piano di regalarmi l’ultimo spogliarello»
«No ma io muoio davvero».
Uno mi ha chiamato, quello della mignotta del terzo piano, e mi ha chiesto dove abito. Un altro mi ha mandato un sms: «Scusa, chi sei?».
Poi la broncoscopia, e la vostra testa è già al giorno dell’esito. Ho chiesto a quello che m’ha infilato il tubo giù per la gola ma quello non m’ha detto niente, coglione.
Gli sms che mandavo nei tre giorni in attesa dell’esito erano:
«Sto aspettando parole che mi cambieranno la vita».
«Le parole sono un’arma»
«Parole che costringono a cambiare le azioni»
«Ho una pistola puntata alla testa»
Non ho risposto a nessuno di quelli che mi hanno risposto.
Poi, ieri, ho preso l’esito. Non volevo nessuno, sono andato da solo. Mio figlio mi ha detto: almeno questa volta mandalo a me lo sms, invece che a caso.
Ritiro, apro, leggo.
Le parole nell’estensione massima del loro potere di cambiare la vita.
E…vaffanculoooooooooo: ero troppo felice!
Un ascesso, solo un ascesso. Un ascesso, mi hanno detto in reparto, o lo si fa sciogliere con l’antibiotico o al massimo lo si asporta con un intervento chirurgico. Un ascesso. L’antibiotico. Quattro pastiglie del cazzo.
Così sono andato davanti all’ospedale, in quell’agenzia viaggi.
Uno degli sms che avevo anche mandato mentre aspettavo l’esito è stato:
«Se si avvera il 5% parto».
E c’è questa crociera. Partenza da Civitavecchia, tappe a Savona, Marsiglia, Barcellona, Palma di Maiorca, Cagliari, Palermo. Fanculo, a giorni mi arriva la liquidazione. Fanculo, parto.
Pieno di mignottoni, là sopra.

Sì, questa è la felicità. Da bambino mi facevo comperare tutte le navi, i miei amici avevano i Lego e Big Jim e si facevano le case sugli alberi, io invece navi. Tante navi. Me le sono portate anche da sposato, sono in cantina, ieri sera le ho riprese e le ho spolverate tutte. Le navi. Questo miracolo che si riproduce sempre uguale e anzi sempre meglio, questo ammasso di acciaio e ferro che incredibilmente si muove nel mare, dove ogni singolo pezzo colerebbe a picco ma tutto assieme fila, e fila via forte a 23 nodi. L’assemblaggio dell’uomo, l’intelligenza dell’uomo. Spingetele voi 114 mila tonnellate di ferro e acciaio a 42 km l’ora sul mare. Il genio, il genio dell’uomo. Ovvio abbia fatto ingegneria navale, e che le progetti le navi, ovvio che sia salito su quasi tutti i tipi di nave, ma in crociera mai. In crociera, cioè, guardate questa sala da pranzo. Sei in un ristorante, ma sei su una nave. I camerieri in livrea, i piatti, guardate i tappeti, il legno.
Qui uno dimentica tutto. Sei in casa, ma sei sul mare. Qui, chiuso, qui sei al sicuro. Qui niente può fare male. Chiamare casa, un bacio al bimbo e un saluto a Francesca che sì, si farà una settimana da sola con il pupo, e poi certo, i problemi che verranno, ma ci penserò dopo perché questa-è-la-felicità. I ponti ti proteggono, sei al riparo. Sei la vita e non sei la vita, corri, fai ginnastica, sei al bar, segui conferenze, bevi, respiri, sei fuori ma sei dentro, ti trasformi in un’isola per una settimana o per quanto vuoi, ma non sei un’isola, sai esserlo: ecco, qui dimostri di saperlo essere. Un isola che si muove.

«Guarda, l’isola del Giglio», e io invece guardo lui, il mio Eugenio. Il mio Eugenio è bellissimo sempre, anche quando non è vestito da lavoro…ogni tanto passo in ambulatorio e ha quella specie di tuta verde con il camice bianco sopra…vorrei sparissero tutti e…. Lui guarda l’isola e dice qualcosa che non sento perché c’è vento e mentre lui guarda l’isola sono io che lo bacio, gli prendo il viso – questa sua barbetta rada e ispida, queste sue guance dure – e lo bacio.
«Un giorno ci andiamo, se ti piace», dice. E so che intende il giorno in cui dirò a mio marito di lui. Ma io non ce la faccio ancora, vado a piccoli passi. Poi adesso, con questa crisi è appena stato costretto a licenziare tre ingegneri, e ne soffre. E io mi sento in colpa, non posso dargli un dispiacere così grande in questi giorni così difficili, ma che colpa ne ho se forse non lo amo più?
Gliene parlerò, di Eugenio, ma non adesso. Tanto adesso sono con Eugenio. Che mi dice che di solito le grandi navi avvicinano la costa per fare un saluto agli abitanti.
«Per tirarsela», dico io.
«Già, come te», dice lui, e mi abbraccia.

«Abbiamo toccato qualcosa di grosso», il mio sms.
Mi risponde: «Mi auguro fosse duro».
Che ridere.
Ogni tanto qualcuno simpatico c’è, sta allo scherzo. Questa è donna, sicuro.
Scrivo: «Duro lo era senz’altro, ha fatto il botto».
E lei: «Chissà adesso come ti senti…».
In realtà sono un po’ preoccupato, perché la nave dopo quel botto si è fermata. A vederla da lì, la costa sembra addirittura sotto la nostra pancia. Davvero vicinissimi.
Allora scrivo: «Sono circondato dalla bellezza della natura».
E lei: «L’amore di gruppo è sempre il meglio».
Non smetto di ridere.
Continuo: «Potresti unirti…».
E lei: «Non si può, tra venti minuti il mio fidanzato ritorna da New York». Guardo l’ora: le 22.06. È un po’ che siamo fermi, venti, venticinque minuti da quel botto.
Metto via il cellulare e salgo a vedere, ma prima scrivo: «Se a un certo punto della notte non ce la fai più, vengo io a salvarti».

Cosa fai se muoio, Francesca? Quanto ha impiegato il comandante a ordinare l’evacuazione? L’avesse dato prima l’ordine non avremmo rischiato di finire spiaccicati! Merda! Ma ce l’ha qualche idea di cosa succede se una nave imbarca acqua? E Alberto piccolo? Quanto prende quel comandante al mese? Ci fosse almeno campo per chiamare casa. Il telefono si bagna pure, cazzo. Cosa fai se muoio, Francesca? E Alberto piccolo? Cosa fa un bimbo senza papà? Francesca tra qualche metro sono a riva e quando sono a riva giuro che ti chiamo, giuro che a casa ci vengo a piedi Francesca. Francesca, non sono affondato, mi vedi? Cosa fa un bimbo senza papà? Televisioni, prendetemi bene che devo dire a Francesca che sono vivo. Ci sono, sono vivo, Francesca, Francesca mia. Ci credi? Cosa fai se muoio, Francesca?

Eugenio è andato diritto nella squadra dei soccorsi, quando hanno detto che tutti i medici a bordo erano pregati di qualificarsi.
Sola, con una coperta addosso, su questo piccolo scoglio: io vedo.
Le luci. Le scialuppe. Gli elicotteri. I militari incursori. Le televisioni. Le ambulanze. La polizia. I carabinieri.
Io sento: le grida. Le sirene.
Io e questa coperta, che poi è tutto quello di cui ho bisogno.
Quando sono stata a riva volevo chiamare mio marito ma nessuno riusciva a telefonare. Ho dato il mio nome al tavolo e ho lasciato il numero, ci pensano loro. Forse è meglio così. Cosa gli dico, che sono stata per morire e che adesso sono salva? Salva da chi?
E questo muro di ovatta che mi fa sentire i rumori sporcati e diluiti, le luci, tutti che si agitano, tutto è lontano e a momenti morivo e nell’attimo in cui una persona gentile mi metteva questa coperta sulle spalle in quell’attimo ho capito che qui c’è gente che muore, che è morta, che sta per morire.
E a me non me ne frega niente.
Io e questa coperta, che poi è tutto quello di cui ho bisogno.
Io e la mia coperta.

Cristo!
Ho un braccio rotto e sono al caldo, solo un braccio rotto dopo il volo che ho fatto dal ponte nove, giù di due piani, diritto verso lo spuntone di una balaustra.
Venti centimetri più in là e avrei il cranio fracassato.
Così, solo un braccio rotto e domani mi dimettono.
Cristo.
Al cellulare scrivo:
«Le parole sono importanti, ma cadere venti centimetri più in là di più»
«Io sono in ospedale con un braccio rotto»
«Io sono quello che succede»
Appena andato in pensione, trent’anni in quella raffineria a farmi il culo, la forza d’un mulo c’avevo, «e tu con quel cervello avessi voluto…» mi dicevano i colleghi, tutti, tutti i colleghi se avevano un problema venivano da me perché io avevo la soluzione, avevo le risposte, io sapevo tutto.
E ora?
Scrivo:
«Quello che l’uomo produce crolla»
«Non scegliamo niente»
«Finché un uomo appoggerà una coperta sulle spalle di una donna»
A quello che mi risponde «È ora di ripartire» scrivo che sì, qui non si ferma nessuno, sono di nuovo vivo, perdo il conto delle volte in cui sono di nuovo vivo, e ho una gran fretta di uscire perché devo, cioè voglio, andare a spaccare il culo al mondo; e poi mi addormento.

(Torino, primavera 2012)